3 Epic: Le Tre Cime di Lavaredo mondiali!

La bici è uno sport solitario. Ne parlavo giusto in questi giorni con i miei compagni di Avventura qua alla 3Epic. Molti penseranno che questo sia un difetto, mentre per me è il motivo principale che mi spinge a cimentarmi in queste marathon lunghissime e devastanti.
Puoi essere anche in gara insieme ai tuoi compagni di squadra, insieme agli altri partecipanti, ma la fatica è come se nascondesse tutto. Sei te e la tua bici. E quelle maledette bellissime salite.
Come ho detto in altre occasioni, è anche l’unico (almeno per me) per confrontarmi con il mio vero me stesso. Quello senza filtri, imposti dalla società e dalla vita moderna. Perché nella sofferenza non c’è tempo per i filtri.
Così anche oggi salgo in bici, procedo verso la mia griglia, terribilmente vicina alla partenza, con solo qualche élite e una decina di amatori davanti. Per una volta iscriversi presto ha premiato.
Si parte e in poco tempo con un buon passo s’arriva alla prima salita: un muro al 15% che fa subito selezione. Partire avanti è bello ma dopo poco vengo superato da quelli forti davvero, e ritorno tra i miei simili.
Da questo punto in poi la gara non ti molla mai, sale per 60km e le pendenze sono tutte a doppia cifra.
Quando arrivo al lago di Misurina ripenso al tracciato: ora vedrai che si ride.
Vedo le “spalle” delle cime di Lavaredo, e parte la salita: 4km al 13% di media. Di per se non una media esageratamente dura in mtb, ma i 2000mt di dislivello si fanno sentire nelle gambe. E soprattutto costante, nessun punto per riprendersi. Sento che non riesco più a tenere un passo come prima, vedo Leo che piano ma inesorabile si avvicina. Arrivo al rifugio Auronzo ed è come una liberazione, quella terribile salita è oramai alle spalle. “Dai che ora riprendi fiato”, mi dice un marshall che evidentemente ha visto la mia faccia stanca. La discesa dopo è forse peggio della salita stessa: tecnica, mi ripeto come un mantra “stai concentrato Max”, “tra due giorni parti per le ferie, non fare cazzate”.  E così do strada a chi vuole andare forte, vedo gente cappottarsi pur di passarmi. E sadicamente un po’ ci rido. Le salite dopo, due per l’esattezza, sono altrettanto terribili: 13/15%, su sterrato, mettono alla prova testa e gambe. Ho fame, provo a mangiare qualcosa. Devo farlo, per evitare problemi. Chi non lo sa non può capire cosa si prova a mangiare in gara mentre si è sotto sforzo. Tossisco, non riesco a mandare giù il boccone. Vorrei sputarlo, dare fine alla sofferenza che mi sta dando. Ma so che mi serve e quindi continuò e tiro giù. Inizia quindi la lunghissima discesa verso l’arrivo, oramai Leo che ne aveva più di me è lontano e impossibile da riprendere. Comincio a uscire dalla mentalità gara, rallento tra stanchezza e poca voglia di spingere ancora sui pedali. Ad un certo punto vedo il Citta, che probabilmente ha confermato quanto diceva il giorno prima andando a tutta sulla ciclabile. Sono incredibilmente contento di vederlo, ma penso solo ad arrivare in fondo e quindi continuo a pedalare. Mi raggiungerà sul finale, dopo altri 6km di pianura, e riusciamo a fare anche la nostra classica foto mano nella mano. Quella mano nella mano che la prima volta abbiamo fatto sullo Stelvio nel 2016. Perché nonostante tutto, nonostante la solitudine della bici, sappiamo entrambi cosa vuol dire fare le marathon più dure del mondo. E quel gesto è un atto di liberazione, un “ce l’abbiamo fatta anche stavolta”.
E così anche questa stagione si conclude: sembra una pubblicità della Apple ma per me è stata davvero la migliore stagione di sempre. Mai mi sono divertito così tanto, merito anche della mountain bike che mi piace di più della bici da corsa. Merito delle marathon, tutte bellissime, che ho portato a casa quest’anno, non senza difficoltà. Capoliveri, Hero, Alta Valtellina e 3Epic. 13mila mt di dislivello in 4 gare. Ho scalato il mio personale Everest.
Quindi un grazie di cuore soprattutto a mia moglie che mi consente di allenarmi, di fare queste trasferte e sopporta il mio continuo parlare di bici, di salite e di fatica. Un grazie alla squadra, a cui sono legato e dalla quale mai mi separerò, perché specie quest’anno ho trovato un gruppo unito e focalizzato sugli stessi obiettivi. Un grazie soprattutto a Francesco e Marco che mi supportano e sopportano, quando parlo con loro dei miei dubbi e delle mie ansie. Un grazie enorme va anche a mio figlio, che quando torno a casa stanco dal lavoro o dall’allenamento mi accoglie col suo sorriso, e fa passare tutto. Un grazie enorme anche alla mia bici, non mi ha mai dato un problema, nemmeno una foratura o una catena uscita, merito anche della manutenzione regolare fatta da Jolly Bike, che ringrazio a sua volta per il lavoro svolto. E un grazie speciale lo faccio anche a me stesso, visto che mi sono allenato duramente, alzandomi spesso all’alba per non perdere tempo prezioso da passare con la famiglia. Ora iniziano finalmente le ferie, ed tempo di staccare un po’ dalla bicicletta, per tornare come dico sempre più carico di prima all’inizio della stagione 2018/2019.

Massimiliano Pardini

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